Le truffe nei social media rubano miliardi, eppure non c'è ancora un modo efficace per fermarle

Nel 2025 i cittadini statunitensi hanno perso 2,1 miliardi di dollari in truffe iniziate nei social media. Abbiamo cercato di capire perché i malintenzionati riescano a muoversi così agevolmente su Facebook, Instagram e WhatsApp
Le truffe nei social media valgono miliardi. Perch si fa così fatica a fermarle
Le truffe nei social media valgono miliardi. Perché si fa così fatica a fermarle?Grichka BEYSSON-LEANDRI / Hans Lucas / AFP via Getty Images

Nel corso del 2025 i cittadini statunitensi hanno perso complessivamente 2,1 miliardi di dollari a causa di truffe nei social media. Per capire se è tanto o poco, torna utile un altro dato: di tutte le persone che hanno denunciato una frode economica, quasi tre su dieci dicono che è iniziata su una piattaforma social. I numeri sono ufficiali perché provengono dalla Federal Trade Commission, l’autorità federale che si occupa di tutela dei consumatori e concorrenza, ma rappresentano con ogni probabilità una stima per difetto: molte truffe non vengono mai denunciate. Diventa quindi inevitabile porsi una domanda: è una casualità, oppure Facebook, Instagram, WhatsApp e altre piattaforme si prestano particolarmente ai raggiri?

I social rendono il lavoro dei truffatori molto più semplice

“I social possono essere un ottimo strumento di connessione, ma rendono anche il lavoro dei truffatori molto più semplice”, scrive la Federal Trade Commission, facendo esempi molto concreti. “Possono hackerare un account per truffare amici e conoscenti della vittima, creare profili completamente falsi, oppure usare ciò che una persona pubblica per capire come colpirla. Acquistando pubblicità, inoltre, hanno accesso agli stessi strumenti delle aziende legittime per targettizzare le persone in base all’età, agli interessi o alle abitudini di acquisto. Con costi minimi, possono raggiungere miliardi di utenti da qualsiasi parte del mondo”.

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Quanti soldi hanno perso gli statunitensi per le truffe nei social media

Ecco perché il volume di denaro perso a causa delle truffe nei social media è cresciuto di otto volte dal 2020. A fare la parte del leone è Facebook con 749 milioni di dollari, seguito da WhatsApp a quota 425 milioni e da Instagram a 234 milioni. Poco meno di 600 milioni di dollari sono riconducibili ad altre piattaforme, portando il totale a 2,1 miliardi. Molto di più rispetto ai soldi andati in fumo per truffe originatesi su siti web e app (1,1 miliardi), per telefono (sempre 1,1 miliardi), via sms (639 milioni) o email (569 milioni). Solo per gli over 80 le perdite maggiori continuano ad arrivare dalle truffe telefoniche: per tutte le altre fasce di età, i social media sono saldamente al primo posto.

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I tre tipi di truffe che circolano nei social media

“Truffa” rischia di essere un termine un po’ generico. Tra quelle nate nei social media, oltre il 40% delle vittime dichiara di aver perso denaro dopo aver acquistato un prodotto visto in una pubblicità. Spesso gli annunci rimandavano a siti sconosciuti o a pagine che imitavano marchi noti: nella migliore delle ipotesi il prodotto arrivava contraffatto o molto diverso da quanto promesso, nella peggiore non arrivava proprio. E, quando era spedito dalla Cina, i costi rendevano impraticabile restituirlo.

Ma il vero salasso, con 1,1 miliardi di perdite sui 2,1 generati nei social media, sono le truffe sugli investimenti. Alcune vittime hanno cliccato su un post o un annuncio che prometteva di insegnare a guadagnare, altre si sono fidate di un presunto consulente, altre ancora sono entrate in un gruppo WhatsApp pieno zeppo di testimonianze inventate. Da lì, sono finite su piattaforme di investimento fasulle che hanno incassato i loro soldi senza investirli da nessuna parte. E c’è anche chi è stato truffato per la seconda volta da soggetti che promettevano di recuperare il denaro perso, dietro pagamento di una commissione.

I social media sono terreno fertile anche per le truffe sentimentali. Una volta adescata la vittima, il malintenzionato di norma inventa una grave emergenza per cui ha bisogno di denaro, oppure la attira su un sito fraudolento o, ancora, la convince a inviare foto intime per poi ricattarla.

Alle piattaforme in realtà non conviene escludere gli inserzionisti

Ma in che misura questo problema dipende dai malintenzionati e in che misura, invece, è una conseguenza di come i social media sono progettati? Lo abbiamo chiesto a Iesha White, director of intelligence di Check My Ads, organizzazione non profit che vuole portare trasparenza e responsabilità nel settore delle tecnologie pubblicitarie.

“Purtroppo attori malevoli e piattaforme social vivono in una sorta di simbiosi basata sul profitto”, risponde. “Innanzitutto, le piattaforme incentivano i creator a massimizzare i propri guadagni attraverso la monetizzazione, così da poter a loro volta aumentare i ricavi derivanti dagli annunci pubblicitari. Creator e piattaforme finiscono quindi per condividere gli stessi obiettivi: trattenere gli utenti il più a lungo possibile sulla piattaforma e spingerli a pubblicare contenuti con maggiore frequenza. Il risultato finale è un aumento dello spazio disponibile per inserire pubblicità”.

“Dal momento che la pubblicità digitale è il principale modello di business delle piattaforme, queste ultime hanno pochi incentivi a escludere gli inserzionisti. I social media possono sottolineare nei propri report di trasparenza di aver rimosso milioni di annunci pubblicati da attori malevoli, ma c’è una parte della storia che manca quasi sempre: per quanto tempo quegli inserzionisti fraudolenti sono rimasti attivi? Quale percentuale degli annunci truffaldini segnalati dagli utenti viene effettivamente rimossa ogni anno? E quanti soldi hanno guadagnato le piattaforme grazie a quegli stessi soggetti?”, continua.

La stessa Meta dichiara di aver rimosso 134 milioni di annunci fraudolenti nel 2025 ma, in un report interno, afferma che gli utenti erano esposti ogni giorno a 15 miliardi di annunci fraudolenti “ad alto rischio”. La sproporzione risulta quindi evidente. Wired Italia ha contattato anche Meta, che ha preferito non commentare i dati della Federal Trade Commission.

Come dovrebbero cambiare i social media per disincentivare le truffe

E dire che le soluzioni ci sono. Secondo Iesha White, “un cambiamento che potrebbe produrre risultati significativi sarebbe introdurre controlli rigorosi di Know Your Customer (KYC) prima di consentire agli inserzionisti di pubblicare annunci”. Così facendo, si passerebbe da un approccio reattivo a un filtro preventivo. “Questo approccio dovrebbe essere la norma, ma oggi viene applicato in modo sorprendentemente disomogeneo tra grandi piattaforme come Meta, TikTok, LinkedIn e altre. Alcune piattaforme non richiedono nemmeno una prova d’identità, come una patente, per avviare campagne pubblicitarie”.

“Le piattaforme possono sostenere di adottare un approccio basato sul rischio, effettuando controlli più approfonditi solo dopo che viene superata una certa soglia di spesa pubblicitaria”, conclude White. Fatta la legge, trovato l’inganno: “Questo lascia ampio margine ai truffatori per creare un numero potenzialmente infinito di piccole pagine che lanciano molte campagne brevi”.

Digital services act e non solo: il ruolo delle normative europee

Daria Onitiu, ricercatrice presso l’Hasso-Plattner-Institut di Potsdam, in Germania, sottolinea che anche le normative possono cambiare le cose. “La Commissione europea riconosce questo problema e, con il Digital services act, impone alle piattaforme online e ai motori di ricerca di grandi dimensioni di valutare e mitigare i rischi sistemici legati alla diffusione di contenuti illegali. Questo include anche misure per individuare contenuti fraudolenti e ridurre i rischi legati alle truffe finanziarie”, spiega. “A queste disposizioni si aggiungerà il futuro Payment Services Regulation, complementare agli obblighi già previsti dal Digital Services Act: il nuovo regolamento prevede che le piattaforme online possano essere ritenute responsabili quando sono consapevoli che i propri servizi vengono utilizzati da truffatori e, nonostante ciò, non rimuovono i contenuti fraudolenti”.